Traduzione dell’articolo in francese di Jacques Rouchaud
Accendete la televisione. Un politico davanti a un giornalista. Parla cinque minuti, dieci minuti… e non dice niente. Niente. Aria fritta ben pettinata. Il giorno dopo, un altro recita esattamente la stessa canzone. Disoccupazione, sicurezza, potere d’acquisto, debito, «abbiamo sentito la rabbia dei francesi»… Ci servono questo disco rotto dal 1974. Da cinquant’anni ci prendono per imbecilli.
Mentre loro parlano, la Francia crepa.
Cinquant’anni di fallimento
Una cifra dovrebbe bastare a farli arrossire tutti di vergogna: dal 1974, nemmeno un bilancio in pareggio. Nemmeno uno! Sinistra, destra, centro, tutti hanno giurato di «rimettere ordine nei conti». Tutti hanno mentito. Risultato: un debito che supera ampiamente il 110 % di tutto ciò che il paese produce in un anno. E saranno i nostri figli a pagare il conto.
Grandi dibattiti, convenzioni, «Grenelle», commissioni, conferenze, seminari… La riunionite come modo di governare. Si consulta, si redige un rapporto, lo si seppellisce in un cassetto. E si ricomincia. L’unico lavoro che compiono davvero è fare finta.
Cinquant’anni, sei presidenti, un solo risultato: il fallimento
Giscard ha aperto le danze. Già nel 1974, invece di attrezzare i disoccupati per ripartire, si è scelto di indennizzarli quasi a stipendio pieno e di lasciarli aspettare. Formare, riorientare, rimettere al lavoro? Troppo complicato. Si è comprata la pace sociale con un assegno, e la Francia ha preso l’abitudine: pagare la disoccupazione invece di combatterla.
Mitterrand ha costruito il millefoglie. Comuni, unioni di comuni, dipartimenti, regioni: un piano in più, più eletti, più uffici, più funzionari. Ognuno il suo bilancio, ognuno il suo feudo, e più nessuno responsabile. Poi sono arrivati i contratti agevolati, gli impieghi-trampolino, i dispositivi che girano in tondo: si ricicla la disoccupazione da una sigla all’altra e la si chiama politica dell’occupazione.
Il seguito non ha fatto che aggravare il disastro. Chirac aveva fatto campagna sulla «frattura sociale»… poi ha passato dodici anni a non fare assolutamente onde. Sarkozy, il presidente bling-bling, ha iniziato il suo regno al Fouquet’s e ha promesso la rottura: la rottura la aspettiamo ancora, ci ricordiamo soprattutto del Fouquet’s. Hollande, il «presidente normale», giurava che il suo nemico era la finanza e che avrebbe invertito la curva della disoccupazione: non ha nemmeno osato ripresentarsi davanti ai francesi. Quanto a Macron, molto colto, brillante sulla carta, ma totalmente tagliato fuori dal paese reale: non conosce né la fattoria, né l’officina, né la fine del mese. Il suo scioglimento del 2024 ha gettato il paese nel caos e, da allora, i Primi ministri cadono uno dopo l’altro.
Sei presidenti. Cinquant’anni. Stili diversi, slogan diversi… e sempre lo stesso risultato: la Francia arretra, e loro restano.
I re della poltrona
In questi ultimi anni, i Primi ministri sfilano come su una giostra. I governi cadono, alcuni non sopravvivono nemmeno un giorno. Ma state tranquilli: loro non cadono mai davvero. Le stesse facce ritornano, cambiano ufficio, titolo, ministero. Cacciati dalla porta, rientrano dalla finestra.
La loro unica ossessione: sopravvivere fino alle prossime elezioni. Tenersi la poltrona d’oro, l’auto con autista, le indennità, le reti. Tremano all’idea di perdere i loro privilegi… e li recuperano sempre. La Francia non è la loro missione. È il loro pane quotidiano.
Il sangue che porta voti
Ecco la verità più disgustosa. I teppisti che terrorizzano i nostri quartieri, bruciano le nostre auto e saccheggiano i nostri negozi non vengono mai combattuti davvero. Perché? Perché il caos rende. Ogni sommossa, ogni dramma, ogni immagine di violenza è un manifesto elettorale gratuito. Gli estremi, di ogni parte, ci banchettano: più è sanguinoso, più voti incassano. E chi governa chiude gli occhi, perché anche loro fanno i loro piccoli calcoli.
Trasformare la sofferenza della gente in schede elettorali non è politica. È una vergogna.
Un paese soffocato dalle leggi
Un problema? Una legge. Uno scandalo? Una legge. Una trasmissione televisiva che fa rumore? Un’altra legge ancora. Nel 2025 sono state votate 62 leggi. Il codice dell’ambiente è passato da circa 250.000 parole nel 2005 a quasi 1,2 milioni oggi. Nessuno ci si raccapezza più: né il cittadino, né il sindaco, nemmeno il giudice. Non è più uno Stato di diritto, è un suk.
E i nostri figli crescono lì dentro. Smarriti. Disorientati. Non sanno più cosa è permesso, cosa è vietato, di chi fidarsi. Come potrebbero saperlo, quando chi dirige il paese non sa nemmeno più dove sta andando?
Quelli che si sacrificano
I contadini crepano. Chi ci nutre non riesce più a vivere del proprio lavoro. Prezzi da fame, norme assurde partorite negli uffici, l’accordo con il Mercosur, mandrie intere abbattute. Nel gennaio 2026 i loro trattori erano di nuovo a Parigi. Li hanno ricevuti, hanno stretto loro la mano, hanno sorriso per le telecamere. E poi? Niente.
I gilet gialli sono stati disprezzati. Francesi onesti che chiedevano soltanto di poter arrivare a fine mese. Hanno offerto loro un «grande dibattito». Aspettano ancora le risposte.
I commercianti sono rovinati. Trent’anni di lavoro, di sacrifici, di prestiti rimborsati… ridotti in cenere in un’ora, in una notte di sommossa. Vetrina sfondata, negozio saccheggiato, vita distrutta. E la mattina dopo? Gli stessi discorsi vuoti, la stessa «fermezza» di facciata, e nessun responsabile.
Basta!
Il problema non è un uomo o un partito. Il problema è un sistema marcio fino alla radice, che fabbrica politici di professione il cui mestiere non è risolvere i nostri problemi, ma vincere le prossime elezioni. Cambiare le facce non serve a niente. Bisogna cambiare il sistema.
È ciò che propone la Demosciocrazia. Basta partiti. Basta campagne ideologiche. Basta carriere politiche. Il potere restituito a chi vive sul territorio: cittadini e rappresentanti dei mestieri, provenienti da ciascuno dei 352 territori. Mandati brevi. Un potere temporaneo, revocabile in qualsiasi momento. Un governo che rispetta il suo programma… o se ne va. Con tre principi non negoziabili: Libertà, Uguaglianza, Verità.
E non è solo una questione francese: ovunque i popoli siano stufi di essere spettatori della propria rovina, la Demosciocrazia può essere applicata.
Cinquant’anni di chiacchiere, basta. Chi vive i problemi deve finalmente essere chi li risolve.
Grazie per i vostri commenti.
Mercidevoscommentaires